Nota dell’Autore
Oggi affrontiamo un tema sempre più presente nelle cliniche anti‑age e negli spazi dedicati al benessere: l’uso dell’ormone della crescita e dell’IGF‑1 per contrastare il declino fisico legato all’età.
L’obiettivo non è prendere posizione, ma riportare la discussione su ciò che la ricerca ha realmente mostrato, evitando semplificazioni.
Affidarsi a protocolli non validati può avere conseguenze sulla salute.
Dott.ssa Letizia Foglieni – Medico Chirurgo
Esiste un ormone che promette di restituire massa muscolare, ridurre il grasso addominale e migliorare sonno, energia e lucidità mentale.
La sua produzione diminuisce con l’età e, secondo una narrativa sempre più diffusa nelle cliniche anti‑aging e sui social, basterebbe reintegrarlo per invertire il declino fisiologico.
Attorno al GH e al suo mediatore, l’IGF‑1, si è sviluppato un mercato in rapida espansione che utilizza linguaggio scientifico e citazioni selettive per apparire credibile, mentre la letteratura scientifica descrive un quadro più complesso e spesso distante da quello proposto dal marketing.
Il fascino biologico del GH: comprendere prima di intervenire
L’asse GH/IGF-1 è frequentemente promosso come una potente leva anti-aging, ma una comprensione profonda della sua fisiologia è il prerequisito indispensabile per interpretarne correttamente il declino legato all’età ed evitare i rischi di manipolazioni ormonali improprie.
Per valutare se e quando abbia senso “reintegrare” queste molecole, è necessario partire dal ruolo che svolgono nell’equilibrio di un organismo adulto sano.
Come funziona l’asse GH/IGF-1 nell’organismo adulto
L’ormone della crescita (GH) viene secreto in modo pulsatile dall’ipofisi anteriore e agisce come regolatore centrale di crescita, metabolismo e composizione corporea.
Una volta rilasciato, stimola la produzione del suo principale mediatore, il fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1), che circola nel sangue legato a proteine specifiche (IGFBP) e i cui livelli sono influenzati anche dallo stato nutrizionale.
Ricerche recenti sottolineano la complessità di questo sistema: GH e IGF-1 non agiscono sempre in modo sinergico, e forzare l’aumento di entrambi attraverso la somministrazione esogena può produrre effetti biologici molto diversi da quelli attesi.
Il GH esercita anche azioni dirette all’interno dei tessuti, spesso non rilevabili con la sola misurazione dell’IGF 1 con esami di laboratorio.
In particolare, occorre distinguere tra la secrezione ipofisaria e il GH locale non ipofisario (npGH).
Quest’ultimo, a differenza del GH centrale che cala, viene indotto proprio dall’invecchiamento e facilita il danno al DNA, promuovendo un ambiente tissutale pro-proliferativo che favorisce le patologie senili.
Nell’adulto sano l’asse agisce su più fronti: promuove la sintesi proteica e la lipolisi, regola la densità ossea, mantiene la massa cardiaca fisiologica e protegge la funzione endoteliale con un’azione vasoprotettiva che contrasta l’aterosclerosi.
Il suo effetto sul metabolismo glucidico è più ambivalente: mentre in condizioni fisiologiche contribuisce alla regolazione energetica, un eccesso o una manipolazione esterna possono attenuare la segnalazione insulinica e favorire l’insulino-resistenza.
L’asse influenza inoltre le prestazioni cognitive e la regolazione dei ritmi circadiani.
È importante notare che questo equilibrio presenta una marcata differenza tra i sessi: le donne mostrano una risposta biologica all’asse GH/IGF-1 diversa rispetto agli uomini, in parte per la complessa interazione con gli steroidi sessuali, con implicazioni cliniche rilevanti che la valutazione di un singolo valore laboratoristico non è in grado di cogliere.
Con l’età, l’organismo va incontro alla cosiddetta somatopausa, caratterizzata da una riduzione graduale della secrezione di GH, con picchi meno ampi ma non necessariamente meno frequenti, un processo molto diverso dalla brusca transizione della menopausa.
Entro la fine dell’ottava decade, i livelli di GH possono sovrapporsi a quelli dei deficit patologici, rendendo il confine tra normale fisiologia e malattia difficile da definire senza test di stimolazione specifici.
I soli valori basali di IGF‑1, infatti, risentono di ampie variabilità individuali, stagionali e tecniche.
Per una valutazione accurata è essenziale integrare la misurazione dell’IGF-1 con quella della sua principale proteina legante, l’IGFBP-3.
I livelli di IGF-1 mostrano significative variazioni stagionali, con differenze marcate tra campioni primaverili, autunnali e invernali che possono inficiare l’interpretazione clinica di un singolo test.
Somatopausa: un evento fisiologico che il mercato ha trasformato in patologia
Nel panorama della medicina del benessere, la somatopausa viene spesso descritta come una sorta di “menopausa maschile” o come un declino ormonale da correggere sistematicamente.
Tuttavia, la letteratura scientifica definisce questo processo in modo molto più cauto:
un evento fisiologico a sviluppo graduale, senza soglie cliniche riconoscibili, caratterizzato principalmente dalla riduzione dell’ampiezza dei picchi secretori notturni.
Sebbene alla fine dell’ottava decade di vita i livelli di GH in un soggetto sano possano apparire sovrapponibili a quelli di un adulto con un deficit patologico documentato, questa somiglianza biochimica non equivale a una diagnosi di malattia.
Il mercato anti-aging ha costruito una narrativa potente attorno a questo fenomeno, promettendo che riportare il GH a livelli giovanili possa compensare i cambiamenti fisici legati all’età.
I sintomi che il mercato anti-aging associa alla somatopausa, come la riduzione della massa muscolare, l’aumento del grasso addominale, il calo energetico e i disturbi del sonno, sono reali, ma non possono essere imputati con certezza alla riduzione del GH.
Sono manifestazioni multifattoriali dell’avanzare dell’età, influenzate da stile di vita, stato nutrizionale, qualità del sonno, attività fisica e assetto ormonale complessivo.
Analizzando gli studi degli ultimi anni che valutano se la terapia con GH riduca i marcatori epigenetici dell’invecchiamento biologico negli adulti, emerge un quadro di profonda incertezza.
Solo una minoranza degli studi disponibili, prevalentemente condotti su modelli animali, riporta risultati favorevoli, mentre le revisioni su riviste ad alto impatto non riscontrano benefici anti-aging epigenetici coerenti negli adulti.
La restante parte delle evidenze è classificata come possibile ma si basa su studi piccoli e indiretti, insufficienti a supportare qualsiasi raccomandazione clinica.
Questa “medicalizzazione” del deterioramento fisiologico poggia spesso su pilastri fragili o mal interpretati.
Un esempio emblematico è il Protocollo TRIIM, frequentemente citato per dimostrare che il GH può “ringiovanire” l’età epigenetica di 1,5-2 anni.
La letteratura scientifica precisa un dettaglio fondamentale che il marketing spesso omette: quel risultato è stato ottenuto utilizzando un cocktail di GH, DHEA e metformina.
Non esiste alcuna prova solida che il GH, somministrato da solo in adulti sani, sia in grado di produrre tali effetti.
La scienza non si limita a sollevare dubbi sull’efficacia: mette in guardia anche sui costi biologici concreti di questa reintegrazione forzata.
Una revisione sistematica su anziani sani ha dimostrato che, a fronte di modifiche molto modeste della composizione corporea come 2 kg di grasso perso e 2 kg di massa magra guadagnata, si registra un aumento significativo di eventi avversi: edema, dolori articolari, sindrome del tunnel carpale e, dato ancora più preoccupante, tassi più elevati di alterata glicemia a digiuno e diabete.
Il paradosso finale risiede nella funzione stessa della somatopausa.
Se il mercato la vede come un “guasto”, la biologia sembra interpretarla come una strategia di difesa: la riduzione della segnalazione GH/IGF-1 è infatti associata a una maggiore longevità e alla protezione dalle malattie croniche.
La Sindrome di Laron, forma congenita di deficit di IGF-1, è la prova più eclatante: questi soggetti non sviluppano quasi mai tumori maligni, suggerendo che il declino ormonale legato all’età possa essere un meccanismo evolutivo di protezione dal danno al DNA e dalla proliferazione cellulare incontrollata.
In sintesi, spingere farmacologicamente l’asse somatotropo verso i livelli della prima età adulta, non significa curare un deficit, ma interferire con un equilibrio che la medicina ufficiale, rappresentata dall’Endocrine Society, non ritiene giustificabile alterare, in assenza di una patologia ipofisaria accertata.
Le evidenze epigenetiche
La ricerca sull’uso dell’ormone della crescita come modulatore degli “orologi biologici” è un ambito affascinante ma ancora estremamente acerbo.
Sebbene il mercato anti-aging promuova il GH come uno strumento per “resettare” l’età cellulare, il Misuratore di Consenso scientifico (o Consensus Meter) basato sulle evidenze attuali invita alla massima prudenza.
Solo il 13% degli studi (prevalentemente su modelli animali) riporta risultati favorevoli, mentre il 25% delle revisioni e degli studi epidemiologici più autorevoli nega esplicitamente la presenza di benefici anti-invecchiamento o epigenetici coerenti negli adulti sani.
Un dettaglio tecnico fondamentale emerso nel 2025 riguarda la contrapposizione biologica tra ormone e mediatore: il GH somministrato a soggetti con deficit sembra esercitare effetti anti-aging rilevabili solo dopo aver “sottratto” l’influenza dell’IGF-1, che agisce invece come un fattore pro-aging.
Negli esseri umani adulti le evidenze dirette sono scarse e metodologicamente deboli.
L’unico studio frequentemente citato a sostegno di un effetto epigenetico favorevole del GH è il Protocollo TRIIM, che ha riportato una riduzione dell’età biologica stimata di circa 1,5-2 anni in un piccolo gruppo di uomini sani trattati con una combinazione di GH, DHEA e metformina.
E’ un dato che il marketing cita sistematicamente omettendo che il contributo isolato del GH è impossibile da isolare in un regime multifarmacologico di questo tipo.
Lasciando da parte i dettagli tecnici, ciò che conta è la posizione univoca delle principali società scientifiche.
Nessuno studio dimostra che la terapia sostitutiva con GH, somministrata ad adulti sani, riduca in modo affidabile i marcatori epigenetici dell’invecchiamento biologico, e i dati disponibili non sono sufficienti a supportare alcuna raccomandazione clinica in questo senso.
Cosa promette il mercato, cosa dice la ricerca: il vero rapporto benefici-rischi
La narrativa del mercato anti-aging presenta i benefici della terapia con GH come evidenti e i rischi come rari o reversibili.
Una revisione sistematica che ha analizzato studi randomizzati controllati su adulti anziani sani ha quantificato con precisione il profilo rischio-beneficio di questa reintegrazione forzata. Secondo l’Endocrine Society e le ricerche più recenti di Cappola e colleghi, i benefici osservati erano effettivamente modesti, con una perdita di grasso corporeo di circa 2 chilogrammi e un guadagno di massa magra di circa 2 chilogrammi.
Questi cambiamenti sono ben al di sotto di quello che un programma di esercizio fisico regolare potrebbe raggiungere senza intervento farmacologico e, dato molto rilevante, è la presenza di un tasso significativamente elevato di eventi avversi.
I segnali clinici più ricorrenti includono la ritenzione idrica (edema), i dolori articolari (artralgia) e i sintomi della sindrome del tunnel carpale e, dato ancora più preoccupante, tassi elevati di alterata glicemia a digiuno e diabete manifesto.
In alcuni casi è stata documentata anche la comparsa di ginecomastia.
Sebbene alcuni di questi effetti siano descritti come dose-dipendenti e reversibili, essi rappresentano una complicazione frequente che inficia il rapporto rischio-beneficio in un soggetto che non presenta un deficit patologico.
L’impatto sul metabolismo glucidico rappresenta la preoccupazione più rilevante per la salute a lungo termine.
L’esposizione cronica a livelli elevati di GH, un modello ben studiato nei pazienti affetti da acromegalia, attenua direttamente la segnalazione insulinica e stimola la lipolisi, riducendo l’assorbimento di glucosio nei tessuti periferici.
In pazienti con predisposizione metabolica al diabete, questo effetto diventa clinicamente rilevante e potenzialmente pericoloso.
La domanda è semplice:
è razionale esporre una persona anziana sana a edema, dolore articolare e dismetabolismo per ottenere 2 chilogrammi di grasso in meno, quando modifiche dello stile di vita potrebbero raggiungere lo stesso risultato senza questi rischi?
Secondo Scarano e il suo team, che ha seguito pazienti con terapia sostitutiva a lungo termine, i parametri cardiovascolari e metabolici migliorano nei soggetti con deficit documentato di GH, ma in adulti sani il profilo cambia radicalmente: il GH circolante può accelerare l’aterosclerosi in soggetti con profili lipidici compromessi, aggiungendo un livello di rischio che non emerge nei trial a breve termine.
Questa è la ragione per cui l’Endocrine Society non raccomanda il GH come intervento anti-aging negli adulti sani.
Oltre agli effetti metabolici, la ricerca evidenzia pericoli a livello cellulare e sistemico:
Danno al DNA: livelli suprafisiologici di GH possono favorire l’infiammazione e il danno genomico, facilitando un ambiente tissutale pro-proliferativo che può accelerare la progressione di patologie senili.
Rischi Cardiovascolari: L’eccesso cronico di ormone è associato a un aumento del rischio di ipertrofia cardiaca e altre complicanze cardiovascolari, rendendo incerta la sicurezza a lungo termine di queste pratiche.
Inoltre il mercato grigio dei peptidi desta preoccupazione alla comunità scientifica. L’uso di secretagoghi non approvati come CJC-1295 e ipamorelin introduce rischi aggiuntivi legati all’immunogenicità, con la possibilità di reazioni potenzialmente letali come l’anafilassi.
Specificamente per il CJC-1295, sono state segnalate preoccupazioni per tachicardia e reazioni vasodilatatorie sistemiche.
L’andamento a “U” della mortalità osservato negli studi epidemiologici conferma che sia i livelli troppo bassi che quelli eccessivamente alti di IGF-1, si associano a un maggior rischio di morte per cancro, malattie cardiovascolari e tutte le cause.
Il principio ippocratico di “non nuocere” deve guidare ogni intervento, specialmente quando i benefici sono marginali e i rischi sono documentati e evitabili.
Il paradosso biologico: meno GH, più protezione
La narrativa commerciale del GH come “elisir di giovinezza” si scontra con un paradosso biologico fondamentale: invece di un guasto da riparare, il declino della secrezione di GH con l’età sembra rappresentare un meccanismo di protezione naturale contro il cancro e altre malattie croniche.
Una bassa segnalazione dell’asse GH/IGF-1 è infatti costantemente associata a una maggiore longevità e a una riduzione del danno al DNA, mentre livelli elevati promuovono la progressione tumorale e l’invecchiamento accelerato.
L’esempio più affascinante negli esseri umani è la Sindrome di Laron, deficit congenito di IGF-1: questi pazienti raramente sviluppano cancro, mentre nella popolazione generale l’incidenza è documentata e rilevante.
Grandi studi epidemiologici come EPIC-Heidelberg e UK Biobank confermano questo paradosso, evidenziando che livelli elevati di IGF-1 si associano a un incremento del rischio del 25% per il tumore alla mammella e del 31% per quello alla prostata.
Questo rischio è aggravato dal fatto che l’invecchiamento induce già una produzione autonoma di GH locale non ipofisario (npGH) direttamente nei tessuti, il quale facilita il danno al DNA e promuove un ambiente pro-proliferativo, agendo come un acceleratore delle patologie senili anziché come un rimedio.
Proprio per questo, la ricerca d’avanguardia suggerisce un radicale cambio di paradigma:
mentre il mercato spinge per la “reintegrazione” sistemica, la scienza propone di abrogare o bloccare la segnalazione di questo GH locale come reale strategia anti-aging per prevenire il danno cellulare.
Se la natura ha “scelto” di far calare GH e IGF-1 con l’invecchiamento, forzare farmacologicamente questi sistemi verso i livelli della giovinezza significa opporsi a una strategia biologica che protegge attivamente dalla cancerogenesi.
GH quando serve, GH quando non serve: la differenza tra terapia legittima e manipolazione
Tutto ciò che è stato discusso finora riguarda l’uso improprio del GH negli adulti sani, al di fuori di qualsiasi contesto medico legittimo.
La situazione cambia radicalmente quando esiste una patologia documentata: il deficit di ormone della crescita nell’adulto (AGHD), causato da lesioni ipofisarie, traumi cranici, tumori cerebrali o malattie sistemiche.
In questi pazienti, la terapia sostitutiva con GH ricombinante è medicalmente indicata, ha un profilo di sicurezza ragionevole e produce benefici documentati: miglioramento della composizione corporea, aumento della densità minerale ossea, miglioramento della qualità della vita e riduzione della morbilità e mortalità cardiovascolare.
La distinzione è cruciale: nel deficit patologico, si ripristina un equilibrio fisiologico perso, negli adulti sani, si cerca di forzare uno stato suprafisiologico.
La diagnosi di AGHD richiede test di stimolazione specifici, non semplici misurazioni di IGF-1 basale, e deve essere eseguita in contesti clinici specializzati da endocrinologi con competenza riconosciuta.
Il problema è la sua prescrizione off-label in persone sane, senza indicazione medica legittima, da parte di cliniche anti-aging e professionisti che ignorano volontariamente la letteratura scientifica.
Guida pratica: come orientarsi tra marketing e medicina delle evidenze
Nella pratica quotidiana, orientarsi tra le promesse del mercato e la realtà biologica richiede un approccio basato sulla prudenza e sulla consapevolezza che il declino dell’ormone della crescita non è un “guasto” da riparare con il fai-da-te.
Ecco come comportarsi concretamente per proteggere la propria salute senza cadere nella trappola degli integratori o dei farmaci non necessari:
Diffidare da qualsiasi promessa di “ripristino del GH giovanile” offerta al di fuori di contesti medici specializzati con diagnosi formale di deficit documentato.
Evitare l’assunzione di composti venduti online o in circuiti non ufficiali sotto forma di “peptidi secretagoghi” del GH come CJC-1295, Ipamorelin o MK-677.
Queste sostanze operano spesso al di fuori della supervisione regolatoria e possono causare reazioni potenzialmente letali documentate come l’anafilassi.
Prodotti come l’MK-677 possono peggiorare il profilo dei lipidi e degli enzimi epatici. L’assunzione di tali sostanze in soggetti sani non ha una base di sicurezza documentata e può portare a complicazioni cardiovascolari e metaboliche.Non confidare negli integratori “pro-GH” (arginina, lisina, ornitina, formulazioni fitoterapiche): la loro capacità effettiva di modificare i livelli di GH circolanti è trascurabile e priva di evidenze robuste.
Sospettare di testimonial che riferiscono “trasformazioni” dovute a GH o peptidi: sono lo strumento principale del marketing anti-aging per convincere persone sane ad affrontare rischi documentati.
Investire in ciò che funziona, come l’esercizio fisico regolare ad alta intensità, l’adeguato apporto proteico, la qualità del sonno, la gestione dello stress e i controlli medici periodici con specialisti credibili.
L’attività fisica ad alta intensità aumenta naturalmente la produzione di ormone della crescita anche negli anziani, offrendo un modo per contrastare i cambiamenti legati all’età senza i rischi di tossicità o di squilibrio associati alla somministrazione esogena.Accettare la “protezione” della somatopausa cambiando la prospettiva sul calo ormonale: nella vita quotidiana, bisogna considerare i livelli ridotti di GH e IGF-1 come uno scudo protettivo naturale.
La vera medicina della longevità non risiede nel forzare un ritorno biochimico al passato, ma nel rispettare quel declino ormonale che la natura ha affinato come un sofisticato scudo protettivo.
Non interferire con la somatopausa significa onorare una strategia evolutiva volta a preservare la nostra salute sul lungo periodo: la longevità non si acquista in una fiala, si coltiva con la vita attiva e il rispetto dei nostri ritmi biologici.
PER APPROFONDIRE: i pilastri della longevità
Riferimenti bibliografici essenziali
Rigamonti, A., et al. (2025) Evaluation of Epigenetic Age Acceleration in Growth Hormone (GH)-Deficient Children After 6 Months of Recombinant Human GH Replacement Therapy: Anti-Ageing GH vs. Pro-Ageing Insulin-like Growth Factor 1 (IGF-1)? Journal of Clinical Medicine.
Fernández-Garza, L. E., et al. (2025) Growth hormone and aging: a clinical review. Frontiers in Aging.
Cappola, A. R., et al. (2023) Hormones and aging: An Endocrine Society scientific statement. Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism.
Mukama, T., et al. (2023) IGF-1 and risk of morbidity and mortality from cancer, cardiovascular diseases, and all causes in EPIC-Heidelberg. Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism.
Laron, Z., Werner, H. (2023) Congenital IGF-1 deficiency protects from cancer: lessons from Laron syndrome. Endocrine-Related Cancer.
Dott. Letizia Foglieni – Medico Chirurgo – Divulgatrice scientifica – Ideatrice di Longevity & Prevention
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DISCLAIMER: Le informazioni contenute in questo articolo sono di carattere educativo e basate su evidenze scientifiche, ma NON costituiscono prescrizioni mediche. Ogni situazione individuale è unica. Per qualsiasi decisione riguardante la tua salute, consulta sempre il tuo medico curante o uno specialista di fiducia.








Un articolo davvero interessante, che oltre al tema specifico del GH e dell’IGF-1 apre, secondo me, una riflessione molto più ampia sul nostro rapporto con il tempo e con il nostro corpo.
Viviamo in un’epoca in cui ogni cambiamento viene spesso percepito come qualcosa da correggere: una ruga, un capello bianco, un calo di energia, una trasformazione naturale del nostro organismo. Il messaggio che riceviamo continuamente è quello di dover "combattere" il tempo, come se invecchiare fosse una sorta di errore biologico.
Mi ha colpito molto invece l’idea che alcuni cambiamenti che interpretiamo come perdita possano avere una funzione, un significato, persino una forma di protezione. La natura raramente crea meccanismi casuali: spesso quello che noi consideriamo un difetto può essere parte di un equilibrio più complesso che ancora stiamo cercando di comprendere.
La domanda che mi sono posta leggendo questo articolo è: quanto spesso confondiamo il desiderio di stare meglio con il desiderio di tornare indietro?
Forse la vera sfida non è recuperare una versione più giovane di noi stessi, ma imparare a prenderci cura della persona che siamo oggi, rispettando i cambiamenti che il tempo porta con sé.
La longevità, forse, non dovrebbe essere una guerra contro l’età, ma un percorso per vivere pienamente ogni fase della vita, mantenendo curiosità, energia e consapevolezza.
Grazie per questo approfondimento, perché invita non solo a informarsi, ma anche a riflettere sul modo in cui guardiamo noi stessi e il nostro rapporto con il tempo.